* * *
"Babylon"
Di Edmondia Dantes

Tradotta da Kemis (kemis@darkening.net)

Storia originale in inglese

Disclaimer: Non possiedo nessuno di loro.

AN: Essere assaliti da plotbunnies a random è meno divertente di quel che sembra. Shonen-ai, imprecazioni, e ragazzi molto incazzati.

* * *

Una seduta di studio pomeridiana. Erano tutti rimasti indietro con gli studi, tutti fino all’ultimo, e dal momento che nessun altro poteva capire, si erano aggrappati l’uno all’altro quasi disperatamente.

Anche lui, il lupo solitario, era stato trascinato in un modo o nell’altro in questo disastro, e anche con tutto il suo genio non riusciva a pensare a un modo per uscirne.

Lo odiava.

Odiava l’essere intrappolato a casa di Yugi Muto, nella sua stanza, seduto sul pavimento e guardando storto i suoi compiti di matematica. Odiava essere circondato da adolescenti chiacchieranti, odiava dovergli essere d’aiuto, odiava intensamente aver bisogno del loro aiuto e la loro maledetta carità.

La scuola superiore era il settimo cerchio dell’inferno. L’essere qui era il nono.

Un tenue scampanio da di sotto. Il negozio di giochi aveva chiuso per oggi, e se non si stava sbagliando, quella era la voce del nonno di Yugi, allontanando un ragazzo adolescente che non aveva davvero respirato aria per più di tre millenni.

Passi che salivano le scale, silenziosi come la nebbia e altrettanto misteriosi.

Sul letto, Yugi improvvisamente si sollevò dalla sua intenta esplorazione del libro di storia, un rapido, meraviglioso sorriso che rivelava un lampo di denti bianchi e lingua rosa.

Ah, era quello il problema, vero? Non questa merda con derivate e cose di cui non avrebbe potuto fregargliene di meno, ma quella bella creatura avvolta in pelle nera e oro, un piccolo attraente pacchetto con occhi che erano noti per essere in grado sciogliere il più aspro degli uomini.

La porta si aprì, e camminò dentro (no, lui non camminava, il bastardo entro maestosamente perché non aveva la minima fottutissima idea di come fare qualcosa di così plebeo come il camminare come il resto dei miseri mortali che popolavano la terra) un ragazzo che non era, un faraone che non poteva ricordare il suo regno, un’oscurità che odiava così maledettamente tanto…

Gelido scarlatto passò su tutti loro, analizzandoli e poi congedandoli come se i contadini non valessero il suo tempo. Non glie ne fregava niente di loro - di tutti loro. Anzu si illudeva, sciocca ragazza. In ogni caso avrebbe potuto trovare di meglio di uno spirito egiziano con l’amnesia.

E tanto, chiunque con anche mezzo cervello poteva capire che Yugi-oh aveva occhi per una sola creatura, e non era certo una ragazza a cui lui era così devoto.

Un sorriso da fermare il cuore e pelle pallida, lisca, un’anima che bruciava di dolorosa lucentezza, dolente saggezza celata dietro timide ciglia e intrappolata il cristallo di pura ametista.

Maledizione, sembrava un fottuto poeta. Ma diavolo, quale anima non si sarebbe trasformata in poltiglia quando c’era Yugi Muto in giro?

…e quello stesso, glorioso sorriso, dolce e astuto e segreto, era altrettanto destinato a una sola creatura.

Odiava davvero la silenziosa comunicazione, il vuoto vitreo che scivolata in entrambe paia d’occhi mentre sussurravano l’uno all’altro, come se gli altri, migliori amici o no, non fossero degni di ciò che passava non dalle loro labbra ma dalle loro menti.

Odiava la grazia noncurante con cui il sottile corpo avvolto nel cuoio collassava sul letto, quegli occhi di rubino fissi con intento malizioso su un angelo. Odiava il soffice tocco di dita di porcellana non del tutto delicate contro capelli spessi, allontanando morbide ciocche dorate da un bel volto, gli occhi di Yugi luminosi e brillanti mentre incontravano lo sguardo scarlatto.

Odiava la morbidezza del sorriso che curvava le labbra piene del faraone - odiava quel sorriso mozzafiato che cadeva sempre solo su Yugi.

Il letto era quell’unico posto che nessuno della loro bizzarra piccola ‘banda’ osava toccare, un posto che era indiscutibilmente di Yugi, più della stanza, più del pavimento, più di tutti i giochi e puzzle sparsi che coprivano ogni mobile in quello stretto appartamento. Lenzuola morbide e coperte abbastanza spesse da sciogliercisi dentro - profumate di cioccolato e caramelle spugnose e mele fresche e estate.

Yami si era lasciato cadere su quello spazio sacro con la scioltezza di una vecchia abitudine - e Yugi non aveva emesso una singola parola di protesta.

Yugi… Yugi la cui morbida bocca era distesa in un ghigno astuto, Yugi le cui dita stavano ancora accarezzando spessi capelli scuri, Yugi che era scivolato giù steso sul suo petto e che stava ignorando completamente il suo libro di storia. Yugi a cui non importava un fico secco del resto di loro, troppo assorto dal suo yami per fregarsene di tutti gli altri.

Odiava Yami più che mai, ora, odiava il modo in cui loro guardavano profondamente nella mente e anima l’uno dell’altro, odiava la mano abbronzata che si era chiusa sulla guancia di Yugi, odiava la scioltezza e grazia e la possessione che emanava dai due a fiotti quasi tangibili.

Intorno a lui, silenziosi spostamenti, gli altri che riponevano le loro cose, gli sguardi distolti dalla scena.

Paraocchi auto imposti, ecco cosa portavano. Non volendolo vedere, non volendolo odiare, fingere che non esistesse e non fosse tremendo e orribile e miserabile.

Fingendo che la passione nascosta in ogni delicata linea del corpo di Yugi non esistesse.

Fingendo che non fosse corrisposta.

Poi qualcuno stava strattonando la sua giacca, e lui ghignava e sputava un commento acido, ma calmi occhi blu incontrarono i suoi, scattando al letto e poi indietro, e lui seppe che sarebbe stato zitto. A volte, semplicemente, non si faceva incazzare Anzu Mazaki.

Si allontanò nel suo solito silenzio, guardando storto il faraone mentre usciva maestosamente dalla stanza, l’ultimo ad andarsene.

Yugi-oh non aveva neanche notato che lui era lì, ancora preso dal suo hikari, protendendosi in avanti, senza dubbio per rubare un assaggio di quelle labbra provocanti, rosate e umide e aperte e solo per lui, sempre per lui, sempre e per sempre per lui.

Chiuse la porta alle sue spalle e si sforzò di non urlare.

Cazzo. Cazzo. Che vadano tutti all’inferno.

Cazzo.

Voleva tempestare di pugni la porta, gridare e piangere e rompere qualcosa, togliere quell’espressione compiaciuta di proprietà da quel volto oh così perfetto, voleva agguantare il soffice dolce calore di Yugi e tenerlo tutto per sé perché aveva sempre così maledettamente freddo, voleva prendere e devastare e stringere e coccolare e non sapeva come cazzo avrebbe potuto farlo perché quella coppia designata dal fato era semplicemente così fottutamente perfetta insieme e gli faceva marcire i denti e rivoltare lo stomaco e venir la bile su in gola.

Poi una mano callosa scivolò nella sua e lo allontanò dalla soglia. Seguì apaticamente. Comportamento insolito per il grande Seto Kaiba, sì, ma così non era per l’avere il cuore frantumato in migliaia di pezzi. Di nuovo.

E lui che pensava che fosse diventato di pietra secoli fa. Idiota.

La mano scivolò via dalla sua, si sollevò per strattonare gentilmente la sua giacca. Spostò occhi che bruciavano di lacrime non versate verso il basso a incontrare uno sguardo color miele. Gli dèi dovevano odiarlo davvero. Ma c’era qualcosa sepolto nei suoi occhi - filtrava attraverso oro sciolto e ambra.

Qualcosa che luccicava di terribile comprensione e dolorosa agonia.

“Lascia stare, Seto,” sussurrò, ciglia scure contro il suo volto pallido. “Lascia stare…”

Quand’era che il cagnolino si era fatto così osservatore? I suoi occhi si socchiusero per il sospetto, ma tutto quello che disse fu, “Di cosa diavolo stai parlando?”

Una tenue risata dal suono doloroso, un movimento casuale della testa, che faceva volare quello stesso oro brillante come seta slegata. “E io che pensavo che tu ufficialmente fossi maledettamente sveglio.”

“E questo cosa vorrebbe dire?” commentò, infuriato e sulla difensiva, desiderando afferrare quel collo pallido con le mani e stringere.

Una sbuffata. “Coglione. Non capisci davvero un cazzo, vero?”

Lo fulminò con lo sguardo abbastanza intensamente da sciogliere l’acciaio, ma non aveva effetto sulla brillantezza stessa del sole.

Sfacciataggine, furiosa e splendente. La odiava, odiava la pietà nella sua voce, odiava l’odio che riconosceva come suo che incombeva nelle profondità di quei toni silenziosi. “Andiamo, Kaiba. Pensi di essere l’unico a essersi innamorato di lui?”

Cazzo.

“Pensi che non me ne sia accorto? Diavolo, pensi che Yami non se ne sia accorto? Yugi è suo - e noi siamo fottuti se anche solo osiamo pensarla diversamente.”

“Forse tu lo sei,” sibilò, allontanando con uno schiaffo delle mani sorprendentemente gentili. “Io non mi arrendo così facilmente.”

Una pausa, silenzio cristallino e tenue, respiro umido contro le sue labbra. Un centimetro più vicino e si sarebbero baciati. “…fottiti, Kaiba.”

Le sue labbra si contorsero in un ghigno. “Codardo.”

“Codardo?” sibilò, occhi brillanti e brucianti. Belli come l’inferno. “Chi è più coraggioso, quello abbastanza sveglio da tirarsi indietro o quello che combatte pur sapendo che finirà col perdere tutto alla fine?”

“Io non perdo.”

Era una menzogna, e lo sapevano entrambi.

La sfida sfavillava nella sua espressione, ma tutto quello che disse fu, “Continua a ripetertelo, Kaiba. Continua a ripetertelo fino al giorno in cui non li becchi mentre stanno limonando. Continua a ripetertelo quando escono di casa dopo mezzanotte e vanno a ballare in tutti i club che non hai mai visto. Continua a ripetertelo quando Yugi indossa più di solo quel puzzle intorno al collo. Cazzo, magari ti inviteranno anche al matrimonio.”

Sbatté un pugno in quel volto freddo, volendo vederlo rompersi, vederlo cadere a pezzi.Fanculo la tua codardia, Jonouchi, e fanculo anche tu. Maledizione, perché non ti frantumi?

Jonouchi rimase immobile solo per un istante, lunghe ciocche caddero sui suoi occhi, nascondendo qualsiasi espressione avesse. Poi parlò, la sua voce era bassa e roca, rabbia foderata nel velluto e che scivolava giù per la sua pelle liscia e splendente come un coltello.

“Fanculo. Non vali questa merda.”

E si voltò e si allontanò a grandi passi, fermandosi solo alla fine del corridoio per lanciargli un freddo sguardo indagatore, più raggelante di qualsiasi altro gli fosse mai stato diretto.

“Non capisci davvero un accidente, vero?”

E così, semplicemente, se ne andò.

…maledizione.

Si appoggiò all’indietro contro la porta chiusa, udendo un tenue mormorio e una delicata risatina celestiale.

Un angelo adatto ad un diavolo.

Le lacrime salirono di nuovo, ma si rifiutò di farle cadere.

Seto Kaiba non piangeva, cazzo.

…merda.

Un’altra promessa infranta, un altro sogno irrealizzato.

Fottutamente perfetto.

Non pianse perché la persona che amava amava la persona che odiava.

Non pianse perché stava perdendo il suo prezioso autocontrollo.

E, cazzo, non pianse perché Katsuya Jonouchi lo aveva piantato lì e se ne era andato.

No davvero.

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